L’Italia e le fabbriche di biciclette

di Andrea Pinna

La tradizione artigianale, iniziata nel dopo guerra (prima guerra mondiale) è un qualcosa di unico al mondo, in quanto a maestria nelle produzioni di nicchia, stile e design.

Abbiamo fabbriche di biciclette, aperte da 90 anni, che continuano, innovandola, la loro produzione, nonostante ciò che per molti anni sono “anni di crisi”.

È l’affascinante discorso del padre che insegna al figlio, che insegna al figlio, e così via. C’è storia, c’è l’arte del saper fare, c’è quell’italianità che continuava la magia del risorgimento e che ha poi fondato il concetto di “made in Italy”.

Ovviamente non poteva, anche questo settore, finire per essere il falò delle vanità dell’ultima generazione di fabbricanti (i nipoti).
I due, tre modelli che prima nonno Egidio aveva progettato e costruito per uomini e donne, e magari per il postino, sono diventati 150 variazioni sul nulla, di biciclette insulse per mocciosi che potrebbero stampatsene una migliore con una stampante 3D…

Il concetto di bazar del tutto-e-di-più ha ridotto fabbriche e centri vendita, in negozietti di spazzatura plastificata, e conduzioni famigliari tristi e depresse.

Come in tutte le storie non a lieto fine, ad affondare la lama, sono arrivati i geni del web marketing, che hanno trasposto i rimasugli di queste antiche e fiere aziende, in mini cloni di “Alibabá.com“, pagine social a mo’ di vetrina senza senso e, per completare la fiera dell’orrore, troviamo timidi ecommerce senza la minima presenza di contenuto o strategia.

All’estero sbavano per una qualsiasi creazione che venga fuori dai quei polverosi e grigi laboratori artigiani secolari.
Invece di sfruttare l’unicità e il romanticismo di questa realtà unica, siamo riusciti a rendere imbarazzante anche questo frangente.